Site icon Panda Security Mediacenter

Worm AI: il malware che impara, si adatta e attacca da solo

worm-ai-malware-autonomi

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto ha creato un worm autonomo basato su AI e ha dimostrato che è in grado di trovare vulnerabilità nei sistemi, infettarli e replicarsi su altre macchine connesse alla stessa rete.

Attenzione, non parliamo di un supervirus scoperto online né dell’apocalisse informatica: si tratta di un proof of concept, ossia di una dimostrazione di un modello informatico funzionante.

In pratica, questo worm basato su AI analizza i sistemi, cerca vulnerabilità, si adatta, le sfrutta, infetta il dispositivo e poi continua a cercare altri sistemi da infettare sulla stessa rete.

I risultati dell’esperimento sono significativi. Il worm AI ha ottenuto privilegi elevati sul 74% dei dispositivi ed è riuscito a replicarsi sul 62% di essi.

Ripetiamo, però, che si tratta di un esperimento condotto in un ambiente controllato e con condizioni volutamente favorevoli, cioè senza sistemi di sicurezza informatica e assicurandosi che ciascun dispositivo avesse almeno una vulnerabilità da sfruttare.

Il nuovo malware AI dimostra che gli attacchi informatici stanno cambiando: saranno sempre più adattabili, quindi una difesa statica non sarà più sufficiente. Ma la cosa veramente interessante è un’altra: i nuovi malware basati su AI possono provare migliaia di metodi e combinazioni, ma possono sfruttare solo le vulnerabilità note.

Quindi, per l’utente normale è ancora più importante proteggersi con i sistemi che abbiamo usato finora, come password uniche e complesse, autenticazione a due fattori e buone abitudini di sicurezza informatica.

In questo articolo:

Prima di tutto: che cos’è un worm

Partiamo dalle basi, per non fare confusione:

Un worm “tradizionale” funziona così: è programmato per cercare la vulnerabilità X sui dispositivi che riesce a raggiungere. Quando la trova, deve usare il codice Y o il metodo Z per accedere al dispositivo, installarsi e ottenere privilegi elevati.

Fatto questo, la particolarità del worm è che deve creare un’altra copia di sé stesso, che dovrà cercare un altro sistema da infettare in rete e così via, potenzialmente all’infinito.

Cos’è un worm AI e cosa cambia

L’esperimento dei ricercatori di Toronto ha dimostrato che una generazione di nuovi worm intelligenti e autonomi è possibile. A differenza di un worm tradizionale, quello creato in laboratorio è in grado di analizzare i dispositivi e i sistemi informatici, riconoscere vari tipi di vulnerabilità e adattare il proprio codice informatico per sfruttarle e infettare il sistema.

Per riuscirci, questo worm di nuova generazione utilizza un LLM, cioè un sistema di intelligenza artificiale generativa basato sul linguaggio e addestrato in modo particolare.

L’AI consente al worm di analizzare i sistemi che riesce a raggiungere e adattarsi all’ambiente. In particolare, ci sono alcune novità interessanti:

Come funziona esattamente il worm AI creato dai ricercatori

Vediamo in cosa consiste l’esperimento: il gruppo di ricercatori ha creato una rete virtuale isolata che ha chiamato FakeCorp, a cui ha connesso 33 dispositivi, con sistemi Linux, Windows o IoT. Tutti i sistemi hanno almeno una vulnerabilità nota, come una configurazione sbagliata, credenziali deboli e così via.

Il worm inizia l’esperimento senza conoscere la struttura della rete o i sistemi connessi, ma li scopre autonomamente, cercando possibili vie di accesso. Una volta compromesso un dispositivo, installa una propria copia che inizia a cercare altri dispositivi in rete da infettare.

In 15 esperimenti condotti durante 7 giorni, questi sono stati i risultati:

Una cosa importante è che questo worm AI creato in laboratorio non è riuscito da solo a trovare nuove vulnerabilità zero-day, cioè sconosciute al mondo. La sua potenza sta nel provare centinaia di modi diversi per entrare, ma deve prima conoscerli.

Il secondo aspetto interessante di questo modello è che sfrutta la potenza di calcolo della GPU dei sistemi che infetta. In pratica, si comporta come un parassita: si installa sul dispositivo e, se questo ha una GPU (una scheda grafica per intenderci), la usa per interrogare il modello di AI in locale. Se invece il dispositivo non ha una GPU, come nel caso di molti dispositivi IoT (Internet of Things), il worm può usare un altro nodo della rete di sistemi infetti.

In questo modo, l’attacco può essere ancora più autonomo e difficile da tracciare, perché il worm AI agisce da solo una volta liberato e in più i sistemi infetti si trasformano nell’infrastruttura dell’attacco, celando potenzialmente la posizione e l’attività dell’attaccante.

Quanto dobbiamo preoccuparci dei nuovi worm AI?

A questo punto vogliamo ribadire alcune informazioni importanti, per non destare allarmismo e ridimensionare i timori degli utenti.

Il worm basato su AI creato da questi ricercatori è una dimostrazione importante e utile, e ci fa capire in che direzione andranno gli attacchi informatici nei prossimi anni, ma ci mostra anche i limiti e le possibili difese.

Innanzitutto, l’esperimento è stato condotto in un ambiente artificiale, propizio, con vulnerabilità presenti, su una rete piatta e su macchine prive di antivirus e altri sistemi di rilevamento di minacce.

Inoltre, il worm ha dimostrato di avere due grossi limiti: è lento nel propagarsi, perché deve ragionare, provare strade e alternative, e commette molti errori nella generazione degli exploit, cioè del codice necessario per sfruttare le vulnerabilità che trova (82% delle vulnerabilità individuate, ma sfruttate solo nel 44% dei casi).

In pratica è come un ladro molto abile a trovare le serrature difettose, ma ancora lento maldestro quando prova a forzarle.

In sostanza, l’AI può fare per i cybercriminali ciò che già fa da anni per utenti e aziende: automatizzare attività ripetitive e renderle più autonome e flessibili, dall’analisi dei sistemi alla ricerca di vulnerabilità fino alla generazione degli exploit.

LEGGI ANCHE: Dark AI: cos’è e come proteggersi dagli attacchi che sfruttano l’intelligenza artificiale

Come proteggersi dai worm AI e dai malware autonomi

Gli esperimenti come questo e le nuove minacce scoperte dimostrano una cosa importante: l’utente finale non deve adottare misure di sicurezza futuristiche e complicate, ma rafforzare le basi.

La chiave, secondo i ricercatori di Toronto è ridurre il più possibile le vulnerabilità e la superficie di attacco e, nel caso delle reti aziendali, segmentare la rete e utilizzare una politica zero trust, cioè di controllo rigido di accessi e privilegi.

Ricordiamo allora i pilastri della sicurezza informatica per utenti privati e piccole organizzazioni:

  1. Installare rapidamente aggiornamenti e patch di sicurezza
  2. Aggiornare anche router e dispositivi IoT
  3. Cambiare sempre le password predefinite o temporanee
  4. Usare password uniche e l’autenticazione multifattoriale
  5. Eliminare servizi, dispositivi e app inutili

L’esperimento condotto dai ricercatori di Toronto è utile per capire che le minacce sono in continua evoluzione e che l’integrazione dell’AI generativa segna l’inizio di una nuova era di attacchi informatici.

Paradossalmente, però, contro malware più intelligenti continuano a funzionare le vecchie buone abitudini. L’AI può rendere un attacco più flessibile e adattivo, ma correggere rapidamente le vulnerabilità e ridurre la superficie di attacco continua a togliergli molte delle strade che può utilizzare.

CONTINUA A LEGGERE: Come creare una rete di casa sicura

Exit mobile version