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Facebook è il social che preoccupa di più per la privacy

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La maggior parte degli utenti dei social pensa di avere la propria privacy sotto controllo. Sa che le piattaforme raccolgono dati, ha letto i vari avvertimenti sulle app. E, in certi casi, ha modificato le impostazioni. Il rischio sembra ormai abbastanza conosciuto da dare l’impressione di essere sotto controllo.

Ma questa sensazione di controllo è più fragile di quanto sembri. Nel nostro sondaggio condotto su oltre 1.000 utenti dei social, solo il 46% ha dichiarato di pensare attivamente alla propria privacy. E di adottare misure per proteggerla.

Per la maggior parte, però, questa consapevolezza non si traduce in azioni concrete. C’è chi è preoccupato ma non fa nulla e chi, invece, non ci pensa quasi mai.

La piattaforma che suscita più preoccupazione non è quella che ha ricevuto le maggiori attenzioni dalla politica. E i timori principali vanno ormai ben oltre i cookie e gli annunci mirati.

In questo report analizziamo che cosa fa davvero paura agli utenti dei social, perché le preoccupazioni si traducono così raramente in azioni concrete e com’è davvero la privacy sui social media nel 2026.

Punti chiave:

La Gen Z è l’unica generazione che diffida soprattutto di TikTok

Il 65% delle persone intervistate ha indicato Facebook tra le piattaforme che destano maggiore preoccupazione per la raccolta di dati personali. Quasi il doppio rispetto al 35% che ha scelto TikTok. Per molti, probabilmente, non è la risposta che ci si aspetterebbe.

Negli ultimi anni, il dibattito pubblico sulla privacy nei social si è concentrato soprattutto su TikTok. Eppure, dai nostri dati emerge che la maggior parte degli adulti statunitensi guarda con maggiore diffidenza a una piattaforma molto più vecchia e familiare.

La storia di Facebook offre diversi motivi di preoccupazione. La piattaforma è stata al centro della campagna di disinformazione russa del 2016, che l’ha utilizzata per prendere sistematicamente di mira gli elettori statunitensi. Inoltre, diverse indagini del Congresso degli Stati Uniti hanno documentato come i contenuti sui social siano stati usati per influenzare l’opinione pubblica su larga scala. Per molti utenti, quindi, non si tratta di timori astratti, ma di fatti documentati legati a una piattaforma che usano da quasi vent’anni.

La Gen Z è l’unica generazione per cui TikTok rappresenta la principale fonte di preoccupazione per la raccolta di dati personali. L’ha dichiarato il 52% delle persone intervistate appartenenti a questa generazione, rispetto al 37% che ha scelto Facebook.

FacebookTikTok
Gen Z37%52%
Millennial67%38%
Gen X70%33%
Boomer72%24%

Tutte le altre generazioni mettono Facebook al primo posto, e con un ampio margine. Per chi è cresciuto prima della nascita di TikTok, Facebook ha semplicemente avuto più tempo per perdere la fiducia degli utenti.

Per 1 utente su 4, la FOMO conta più della privacy

Più di un utente dei social su quattro, la decisione di scaricare un’app problematica non nasce dalla mancanza di informazioni. Il 28% delle persone intervistate ha ammesso di aver installato un’app pur sapendo che presentava problemi di privacy, perché la usavano già amici o familiari. Conoscevano il rischio, ma l’hanno scaricata comunque, perché l’idea di restare esclusi pesava più delle possibili conseguenze di una violazione della privacy.

Questa spinta è risultata più forte tra gli utenti più giovani: il 49% della Generazione Z e il 41% dei Millennial ha dichiarato di averlo fatto, rispetto ad appena il 21% della Generazione X e al 12% dei Baby Boomer. Essere esclusi da una piattaforma su cui gli amici passano ore ogni giorno ha un costo sociale reale, e da sola l’educazione alla privacy non basta a cambiare questo comportamento se il desiderio di restare in contatto è più forte della paura di esporsi.

La stessa tensione emerge anche nel modo in cui le persone gestiscono le app che usano già. Più di una persona intervistata su cinque (21%) ha dichiarato di essere preoccupata per i propri dati, ma di non aver fatto abbastanza per proteggerli. 

Nell’ultimo anno, le misure più comuni adottate per tutelare la privacy sono state: cancellare la cronologia di navigazione o i cookie (45%), limitare le autorizzazioni delle app (44%) e disattivare il tracciamento della posizione (40%).

Sono tutte buone abitudini, ma nessuna interviene sulla raccolta di dati che può continuare in background mentre utilizziamo le app. Solo il 23% ha utilizzato una VPN (rete privata virtuale) o un browser privato e appena il 19% ha ridotto l’uso dei social o ha smesso del tutto di usarli.

Sapere che esiste un rischio per la privacy non significa automaticamente sapere come affrontarlo. Molti utenti mantengono un atteggiamento prudente, ma non hanno gli strumenti o le abitudini necessarie per tradurlo in azioni concrete.

Il rischio per la privacy sui social che passa inosservato

Quando abbiamo chiesto quali tipi di dati destassero più preoccupazione, le persone intervistate hanno indicato soprattutto le informazioni che potrebbero causare i danni più concreti.

In cima alla lista, con il 50%, ci sono i dati personali sensibili, come il numero di un documento di identità, seguiti a breve distanza dalle informazioni finanziarie, al 49%. Il tracciamento della posizione, spesso al centro del dibattito politico e normativo, si è fermato invece al 26%.

Questi risultati mostrano che le persone temono soprattutto per i dati che potrebbero essere utilizzati direttamente per commettere un furto d’identità o una frode finanziaria. Ma i dati che le app dei social raccolgono più spesso, come le abitudini di navigazione, il modo in cui utilizziamo le app e le attività del dispositivo, passano quasi sempre inosservati.

Secondo l’Electronic Privacy Information Center, i data broker utilizzano questo tipo di dati comportamentali per creare profili dettagliati delle persone. Questi profili possono poi influire sulla determinazione dei tassi dei mutui, sull’idoneità a ottenere una carta di credito e persino sulle candidature alle offerte di lavoro, spesso senza che la persona interessata ne sia consapevole.

Quando abbiamo chiesto che cosa li aiuterebbe davvero a sentirsi più sicuri, la maggior parte degli intervistati ha espresso il desiderio di avere più controllo sull’uso delle proprie informazioni. Ecco come si sono distribuite le risposte:

La maggior parte delle persone continua ad associare i software di sicurezza soprattutto alla protezione dai virus. Ma questi strumenti possono anche monitorare in tempo reale il comportamento delle app e segnalare raccolte di dati sospette che avvengono in background. Man mano che questa funzione diventerà più conosciuta, è probabile che aumenti anche la domanda di strumenti di questo tipo.

Il 55% teme che l’AI possa clonare la sua identità

Con la diffusione di sistemi di AI sempre più sofisticati, gli utenti dei social devono affrontare una nuova categoria di minacce che va ben oltre la semplice raccolta dei dati.

Quando abbiamo chiesto alle persone intervistate quali scenari legati all’AI le preoccupassero di più, la possibilità di perdere il controllo sulla propria immagine (volto e voce) è risultata la minaccia più inquietante. Più della metà (55%) ha indicato come principale timore il furto d’identità tramite AI, in particolare l’idea che foto o video possano essere usati per creare un profilo con deepfake con il loro aspetto e la loro voce.

È una paura fondata. Un profilo falso con deepfake può essere usato per diffondere disinformazione, commettere frodi finanziarie, danneggiare la reputazione di una persona o manipolare chi si fida di lei. Secondo un sondaggio di McAfee, un adulto su quattro ha subito una truffa basata sulla clonazione della voce tramite AI o conosce qualcuno che ne è stato vittima, mentre il 70% non era sicuro di riuscire a distinguere una voce clonata da una reale.

Quando qualcuno ha a disposizione abbastanza foto o anche solo un tuo video (cosa piuttosto semplice sui social) può creare una versione falsa ma credibile di te molto più facilmente di quanto si pensi.

Al secondo posto tra le preoccupazioni, con il 47%, c’è la perdita di fiducia in ciò che vediamo online, cioè il timore di arrivare a un punto in cui non sia più possibile distinguere ciò che è reale sui social. Più le immagini e i video generati dall’AI diventano difficili da riconoscere, più diventa complicato fidarsi di ciò che vediamo online.

La raccolta inconsapevole dei dati preoccupa il 34% delle persone intervistate, che teme che i modelli di AI vengano addestrati di nascosto con i loro post e messaggi privati, senza che lo sappiano o abbiano dato il consenso.

A pari merito, con il 34%, troviamo anche le truffe del “rapimento digitale”, in cui una voce clonata con l’AI viene usata per spacciarsi per un familiare in difficoltà e convincere i suoi cari a inviare denaro. Il 32% teme invece il social engineering automatizzato, cioè l’uso di bot basati sull’AI che analizzano gli interessi di una persona e le inviano messaggi di phishing su misura.

Ciò che accomuna tutte queste paure è il loro carattere profondamente personale, molto più di quanto avvenisse con le minacce informatiche del passato. Una password violata può causare danni reali e la compromissione di un conto bancario o di un’email può avere conseguenze economiche molto serie. Ma vedere una copia falsa del proprio volto, della propria voce o delle proprie parole usata contro la propria volontà è qualcosa di completamente diverso.

Molte delle misure adottate oggi per proteggersi, come cancellare i cookie o modificare le impostazioni sulla privacy, sono state pensate per minacce più lente e prevedibili. Possono ridurre l’esposizione, ma non servono a difendersi da chi clona la nostra identità usando contenuti pubblici trovati sui social. Deepfake, clonazione della voce e phishing generato dall’AI seguono regole completamente diverse.

La privacy non si protegge da sola

Le piattaforme social che preoccupano di più gli utenti e i dati personali che vogliono proteggere indicano la stessa paura di fondo. Le persone temono per la sicurezza della propria identità nel suo insieme, non solo dei propri account. E questa minaccia diventa sempre più sofisticata.

Per fortuna, i software di sicurezza come Panda Dome sono progettati per affrontare i problemi che le impostazioni sulla privacy non riescono a risolvere. Monitorano i dispositivi in tempo reale e segnalano comportamenti sospetti delle app o raccolte anomale di dati prima che possano trasformarsi in problemi più seri. Man mano che le minacce sui social diventano più personali e credibili, affidarsi a una protezione che funziona costantemente in secondo piano è un buon punto di partenza.

Metodologia

Il sondaggio è stato condotto da Centiment per conto di Panda Security tra il 29 maggio e il 1° giugno 2026. I risultati si basano su 1.002 questionari completati. Per partecipare, gli intervistati dovevano essere adulti residenti negli Stati Uniti, avere almeno 18 anni e utilizzare attivamente i social media. I dati non sono stati ponderati e il margine di errore per il campione complessivo è di circa +/-3%, con un livello di confidenza del 95%.

Autore

  • Giornalista e traduttore con oltre 18 anni di esperienza in tecnologia e cybersecurity. Scrive contenuti su privacy online, minacce digitali e sicurezza informatica, con l’obiettivo di rendere questi temi chiari e utili per tutti.

    Ha conseguito il Google Cybersecurity Certificate. Per Panda Security, realizza articoli che aiutano gli utenti a proteggere la propria vita digitale.

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