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PNRR digitale: risultati, ritardi e la sfida della cybersecurity

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Il 31 agosto 2026 scade il PNRR, cioè tutte le misure previste devono essere completate entro questa data. A poche settimane dal termine, i dati indicano che siamo sopra la media UE per diffusione della fibra ottica e copertura 5G di base. Nonché per adozione del cloud e altre misure digitali nelle PMI.

Questi risultati, però, vanno contestualizzati e ci sono anche alcune aree in cui le cose non sono andate benissimo. Fascicolo sanitario elettronico, pagamenti pubblici digitali e copertura delle zone rurali e montane.

Analizzando i risultati e mettendoli a confronto con i dati sulla cybersicurezza italiana, emerge una possibile chiave di lettura. In alcuni settori, la sicurezza reale o percepita può aver influito sulla solidità della trasformazione digitale.

In questo articolo:

Buona lettura!

PNRR digitale: il bilancio verso la scadenza

Il capitolo Digitalizzazione e innovazione del piano ha ricevuto il 26,5% dei fondi complessivi, quasi 50 miliardi di euro, a cui si aggiungono oltre 6 miliardi dai fondi di coesione.

I risultati, come vedremo a breve, sono generalmente positivi, ma dimostrano un divario sia sociale sia geografico tipicamente italiano:

Nel complesso, le infrastrutture e i servizi sono migliorati, ma mancano una diffusione capillare sul territorio e una piena integrazione nella vita quotidiana. Vediamo dove potrebbe risiedere una delle cause.

Il filo conduttore: dove manca la fiducia, i progressi rallentano

Mettendo questi risultati a confronto con i dati sulla cybersicurezza italiana emerge una possibile chiave di lettura. In diversi settori, la sicurezza reale o percepita sembra aver influito sulla solidità della trasformazione digitale.

Sanità: un fascicolo elettronico maturo, ma un settore sotto assedio

Il basso tasso di adesione al Fascicolo Sanitario Elettronico va letto insieme a un altro dato. Il settore sanitario italiano è oggi tra i comparti più colpiti da attacchi informatici in assoluto.

L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale ha registrato, nei primi nove mesi del 2025, un aumento del 40% degli eventi cyber nel comparto sanitario rispetto allo stesso periodo del 2024.

Il Rapporto Clusit 2026 va perfino oltre. Il 64% degli attacchi alla sanità italiana viene classificato come di gravità critica o estrema, la percentuale più alta tra tutti i settori analizzati.

Non sono numeri astratti. Per fare un esempio, a giugno 2024 l’ASST Rhodense, che comprende gli ospedali di Garbagnate Milanese, Bollate, Rho e Passirana, è stata colpita da un attacco ransomware.

L’attacco ha bloccato i sistemi informatici e costretto le strutture a sospendere interventi chirurgici non urgenti ed esami di laboratorio, con l’esfiltrazione di circa un terabyte di dati sensibili tra cui documenti medici e prescrizioni.

Casi come questo, insieme a molti altri emersi negli ultimi due anni, sono diventati cronaca nazionale. In questo contesto, un’adesione al Fascicolo Sanitario Elettronico ferma al 44%, e quasi pari a zero in alcune regioni, smette di essere solo un problema di analfabetismo digitale o di scarsa comunicazione istituzionale e può dipendere anche dalla percezione del rischio alimentata dagli attacchi degli ultimi anni.

Il fascicolo elettronico è sicuro? Dove finiscono i miei dati e chi può accedervi? E cosa succede in caso di attacco informatico? Domande di questo tipo possono alimentare la diffidenza verso i servizi sanitari digitali e creare un ulteriore ostacolo alla loro adozione.

A questo punto, vale la pena puntualizzare una cosa. Il Fascicolo Sanitario Elettronico, le piattaforme della pubblica amministrazione e le identità digitali italiane adottano generalmente misure di sicurezza robuste. Questo, però, non elimina i rischi legati agli attacchi contro le infrastrutture, agli errori di gestione e alle cattive abitudini degli utenti.

pagoPA: quando il nome dello Stato diventa l’esca della truffa

Il caso dei pagamenti digitali pubblici mostra bene quanto la fiducia sia centrale nella trasformazione digitale. Nel 2025 il CERT-AgID ha censito 328 campagne di phishing a tema pagoPA, mentre entro aprile 2026 la società dell’app aveva già raccolto oltre 46.700 segnalazioni di truffe che sfruttavano il proprio nome.

Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Email o SMS che simulano solleciti di pagamento per multe, tasse o sanzioni e rimandano a pagine che imitano l’interfaccia dei servizi ufficiali. pagoPA non viene quindi attaccata necessariamente sul piano tecnico: è soprattutto il suo riconoscimento pubblico a renderla un’esca efficace.

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Il danno, però, non si limita alla singola frode. Quando un cittadino viene truffato e derubato su un sito che riproduce l’aspetto di un servizio pubblico, può diventare più diffidente non solo verso quel messaggio, ma verso l’intero ecosistema digitale della pubblica amministrazione. Ed è proprio questa fiducia che il PNRR cerca di rafforzare promuovendo l’adozione di pagoPA, App IO e degli altri servizi pubblici online.

Su un piano diverso, alcune misure destinate al rafforzamento di pagoPA e App IO sono state ridimensionate o definanziate nell’ambito delle revisioni del PNRR. Questo non significa che le campagne di phishing abbiano causato direttamente la riduzione dei fondi, né che i servizi siano stati cancellati. Indica però che la loro diffusione deve fare i conti contemporaneamente con vincoli finanziari, tempi di attuazione e problemi di fiducia.

Il paradosso è evidente. Mentre lo Stato investe per rendere i servizi digitali più presenti nella vita quotidiana, i cybercriminali sfruttano proprio questa maggiore diffusione per rendere le proprie truffe più credibili. Perché la digitalizzazione funzioni davvero, quindi, non basta aumentare il numero di servizi disponibili. Bisogna anche aiutare i cittadini a riconoscerli, usarli in modo sicuro e distinguerli dalle imitazioni fraudolente.

PMI e cloud: la digitalizzazione corre più della sicurezza

Qui il rapporto si inverte. L’adozione del cloud da parte delle PMI italiane, presentata come un punto di forza dal report della Commissione europea, è cresciuta più velocemente della capacità delle imprese di proteggersi.

Il Rapporto Clusit 2026 attribuisce esplicitamente l’elevata esposizione italiana anche alla combinazione tra alta densità di PMI e una spinta alla digitalizzazione non sempre accompagnata da un adeguato livello di protezione.

Un’indagine della Camera di Commercio di Modena su oltre 700 imprese ha rilevato che solo la metà delle aziende soggette alla direttiva NIS2 dispone di una procedura formale di gestione degli incidenti.

In altre parole: la digitalizzazione delle PMI, uno dei capitoli più positivi del PNRR, ha ampliato la superficie d’attacco più rapidamente di quanto sia cresciuta la cultura della sicurezza aziendale. Si tratta quindi di un successo ancora incompleto, che rischia di aumentare l’esposizione agli attacchi se non sarà accompagnato da investimenti adeguati nella sicurezza.

Il problema delle competenze cyber

C’è poi un problema atavico in Italia e nel resto del mondo. La mancanza di professionisti e competenze nel campo della cybersicurezza. Mancano analisti, tecnici, consulenti, manager formati in queste aree. Semplicemente l’offerta fatica a stare al passo con una domanda in continua crescita.

Si crea quindi un doppio problema. Da un lato manca il cosiddetto upskilling dei dipendenti, e dall’altro mancano proprio i professionisti che si occupino della sicurezza delle nuove tecnologie.

Questo gap ha un impatto diretto anche sui problemi che abbiamo descritto nelle sezioni precedenti. Se mancano gli specialisti, diventa più difficile proteggere reti e strumenti, rilevare gli incidenti e rispondere rapidamente agli attacchi. Questo può aumentare l’esposizione ai rischi e rafforzare la diffidenza degli utenti, rallentando ulteriormente l’adozione.

Non solo connettere, ma proteggere

Dal nostro punto di vista, la lettura che emerge da questi dati è che il vero obiettivo per il 2030 non può essere soltanto “connettere” l’Italia. Fibra, 5G e piattaforme pubbliche sono condizioni necessarie ma non sufficienti. Senza un ecosistema digitale percepito come sicuro, e che lo sia davvero, l’adozione da parte di cittadini e imprese resterà sempre più lenta di quanto le infrastrutture permetterebbero.

È una lezione che vale tanto per la pubblica amministrazione quanto per le imprese private. Per una PMI che ha digitalizzato i propri processi negli ultimi anni, la domanda da porsi non è più “conviene investire in sicurezza informatica?“, ma “quanto tempo ho prima che la crescita della mia superficie digitale superi quella delle mie difese?

In conclusione, il PNRR digitale ha dato buoni risultati, ma da un certo punto di vista rimangono dei traguardi fragili, che devono essere consolidati a livello tecnologico, psicologico e della sicurezza.

Nel complesso, il PNRR digitale ha permesso all’Italia di recuperare parte del divario accumulato rispetto agli altri grandi Paesi europei. La sfida ora è consolidare questi risultati, continuando a investire non solo nelle infrastrutture e nei servizi, ma anche nella loro sicurezza, nelle competenze e nella fiducia degli utenti.

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Autore

  • Giornalista e traduttore con oltre 18 anni di esperienza in tecnologia e cybersecurity. Scrive contenuti su privacy online, minacce digitali e sicurezza informatica, con l’obiettivo di rendere questi temi chiari e utili per tutti.

    Ha conseguito il Google Cybersecurity Certificate. Per Panda Security, realizza articoli che aiutano gli utenti a proteggere la propria vita digitale.

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